Anish Kapoor: sculture e pigmenti che aprono le porte dell’immaginazione

By | 16 agosto 2014
Anish Kapoor

Nelson-Atkins Museum of Art

Il mio primo impatto con lo scultore britannico di origini indiane Anish Kapoor è avvenuto alla XLIV Biennale di Venezia nel 1990.

Kapoor quell’anno era chiamato a rappresentare la Gran Bretagna in uno dei più suggestivi padiglioni dei Giardini di Sant’ Elena.

Ero accompagnata nella visita da un’amica di mia madre molto più grande di me, digiuna delle cose dell’arte, ma curiosa e attenta.

Anche oggi come allora non perdo occasione di vedere la Biennale d’Arte Contemporanea. I giorni precedenti la visita non mi preparo su nulla perché la voglio vivere in modo naturale, emozionale.

L’unico vezzo è quello di portare con me un taccuino di appunti dove trascrivo i nomi degli artisti che mi hanno coinvolta maggiormente o il titolo di un’opera che ha colpito la mia immaginazione.

I giorni seguenti la visita rielaboro tutto il materiale visivo-sensoriale e comincio a ricercare  i nomi degli autori,  i titoli, i paesi.

La Biennale va vista come fosse un grande Giardino planetario dell’Arte dove tutti i partecipanti sono  liberi di lasciare un segno, un’ impronta o un messaggio  per l’umanità.

E’ come se nel corpo e nella mente degli artisti vi fosse  una sorta di umore universale che rivela con ritmo biennale il polso della situazione del nostro pianeta.

Anish Kapoor ha provocato in noi un effetto fortissimo al punto che con il passare degli anni riaffiora ancora alla memoria il ricordo di quella grande mostra  come la Biennale di “Anish Kapoor”.

Questo artista angloindiano riconosciuto in tutto il mondo come il Guru della scultura contemporanea si presentava all’ esposizione del 1990 con opere che già da allora non cercavano l’effetto facile, ma piuttosto indagavano in profondità i valori  della scultura e tutto quello che potevano suggerire all’animo umano.

Ricordo di essermi trovata con la mia accompagnatrice in uno spazio in cui erano collocati  numerosi grandi blocchi di arenaria (Void Field 1989), diversi gli uni dagli altri, che davano l’illusione di essere vuoti.

Lo strano effetto percettivo era dovuto al sapiente espediente di aver disegnato sopra ad ognuno di essi un piccolo cerchio colorato con il pigmento nero che portava l’osservatore a relazionarsi con una materia oscura, attraente come il fondo misterioso di una caverna.

I solidi  apparivano pesanti e leggeri allo stesso tempo, degli oggetti non-oggetti  e il pigmento nero che sembrava pervaderli dall’ interno si rivelava per effetto scenografico un materiale non materiale  la cui profondità  avrebbe potuto raggiungere il centro della terra.

Un’altra opera di Kapoor nella quale ci siamo idealmente tuffate in quella Biennale del 1990 è un pezzo a parete dal titolo “Madonna”.

Si trattava di una grande porzione di sfera vuota di colore blu. Il pigmento finissimo utilizzato da Anish in questo caso aveva una matrice cosmica, profonda e infinita che rimandava a qualcosa di trascendente e spirituale.

Un vuoto blu che ti accoglieva e dal quale non avresti mai voluto retrocedere perché diventava uno spazio pieno di potenzialità.

Le opere di Kapoor del resto sono concepite per destabilizzare le nostre credenze sul mondo fisico: i  vuoti appaiono pieni e viceversa.

Ho sempre affermato che come artista non ho nulla da dire, non ho alcuna storia da raccontare, non conosco nulla che tu non sappia”… .

Queste parole di Anish Kapoor rappresentano la chiave per capire l’estremo rispetto che lo scultore ha nei confronti  dell’osservatore o fruitore dell’opera.

Per la stessa ragione la mia accompagnatrice “ignara delle cose dell’arte” si è dimostrata così interessata dal gioco degli opposti, dal contrasto tra tangibile e immateriale, tra interiore ed esteriore.

E’ come se Kapoor volesse dirci che il linguaggio dell’interiorità è un linguaggio universale perché tutto è già depositato nella nostra coscienza.

Continua…

Kaliópi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *