Le donne giardino di Sigiriya

By | 28 luglio 2016

C’era una volta un re che in un paranoico delirio di onnipotenza, specchio di paure ancestrali, fu l’artefice di una visione: Sigiriya e i suoi Giardini.

Timoroso di non essere il prediletto e in perenne lotta col fratello Mogallan, Kasyapa, questo era il suo nome, concepì uno tra i complessi architettonici e naturalistici più belli di tutta l’Asia: Sigiriya.

Arrivarci alla fine del V secolo a.C. doveva essere un’esperienza unica e lo è ancor oggi.

Percorrere kilometri in mezzo alla foresta vergine e veder apparire all’orizzonte la “Montagna del leone” che si staglia nel cielo accaldato della giungla è un’avventura dello sguardo.

Prima di giungere al cospetto dell’ enorme monolite rosso, il cammino è mitigato dal passaggio in un Grande Giardino d’Acqua, un varco lustrale perfettamente simmetrico anteposto alla “Roccia del palazzo del Re”.

Percorrendolo l’ emozione è quella dell’attesa che prelude a qualcosa di prezioso e irripetibile.

La lenta progressione, il camminamento tra le due ali simmetriche del Giardino porta alla scalata del monolite che avviene attraverso un percorso a gradini frammezzato dall’ ascesa di una ferrosa ed angusta scala a chiocciola, anticamera di una visionaria rappresentazione: le Verdi fanciulle di Sigiriya.

Non è dato di sapere chi rappresentino queste incantevoli figure (erano circa 500, ne sono rimaste una ventina) dipinte con colori naturalissimi sulla parete di una lunga galleria scavata nella roccia, forse delle Apsaras “ninfe celesti” o dame di corte che offrivano fiori o mogli e concubine di re Kasyapa.

Fluttuanti, libere ed eteree sembrano volare sul tessuto roccioso e con sorrisi arcaici, cariche di gioielli, trattengono tra le mani fiori, ramoscelli e piante indicandoci nei gesti precisi e delicati delle mani, un’ attenzione particolare alla natura delle cose che diventa rispettosa e sacrale nello stesso tempo.

Quel che è certo è che mi piace pensarle come splendide Donne Giardino, recinti di accoglienza, creature che praticano la cura, la benevolenza e la grazia. Linfatiche e vitali come il colore verde che lambisce in più parti il loro incarnato, queste fanciulle paiono interpretare le caratteristiche somatiche divinizzate delle donne di una vasta area dell’Asia.

Il sentiero prosegue fino alla Terrazza del leone. Qui un tempo vi era accovacciato un gigantesco leone, maestoso motivo architettonico che rappresentava la porta d’accesso al palazzo del Re. Più in alto, sulla vetta del monolite finalmente il sogno di Kasyapa si svela: una visione che abbraccia l’assoluto, un’ esplorazione dello sguardo che va al di là del continuum spazio-temporale.

Il ritorno diventa rielaborazione delle emozioni, respiro leggero della discesa e così come le verdi guardiane giardiniere di Sigiriya mi appaiono come le protettrici del sacro Giardino di Kasyapa, le giovani donne singalesi contemporanee si rivelano le vigili custodi di ben più piccoli spazi verdi di fronte a casa, o dei giardini nei moderni resort o delle colture del the.

Miti, morbide ed eleganti, della stessa morbidezza dei dipinti, con gli strumenti del giardiniere in mano, in abiti perlopiù di colore verde tenue come i butti delle gemme o verde scuro come quello delle foglie essiccate del the, queste donne sembrano curare l’idea stessa di “Giardino”.
Kaliópi

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